Norcia, terremoto…e se ciò che serve fosse solo una voce più forte?


Il sole alto, il bianco candido del manto nevoso accecante, le strade lucide e i rami ghiacciati ai lati della strada fragili come delicati oggetti di vetro… fragili come le murature, ancora pericolanti, sulle quali si è poggiata delicatamente la neve, pronte a cedere.

Il circuito delle mura della città madre: aperto, come un fiore ormai sbocciato e prossimo alla sfioritura, intorno persone in divisa rossa, verde, gialla… movimento, mezzi, parole; le prime impalcature a reggere solo le porte principali di ingresso alla città, più in là, lungo i percorsi, ruspe con bracci in azione ed edifici, già piegati verso il suolo, che si accasciano sotto i loro colpi.

Poi ancora ghiaccio e neve sciolta sulle strade circondate da campi innevati e da un nuovo corso d’acqua, appena nato o, in verità, tornato a ricordare, dopo decenni, la forza della natura e la sua memoria.

Le macerie dei caseggiati degli anni settanta, ruotati dalla forza della scossa e piegati su se stessi, innevati hanno un aspetto meno allarmante; di fronte i capannoni industriali, aperti al pubblico, pubblicizzano la norcineria, i formaggi, i cereali, i legumi.

La realtà è ovattata, qualche automobile lenta per le strade ghiacciate, mezzi militari.

Lasciata la via principale le strade sono bianche, la neve induritasi si rompe sotto il peso dei nostri mezzi, si procede piano fino al primo incrocio sulla destra, poi a sinistra occhieggiano case gialle costruite su più livelli, tutte vicine, a riempire un poggio che osserva la valle: Valcaldara.

Due sole costruzioni hanno retto alla violenza della scossa, il resto sebbene sia ancora in piedi è stato dichiarato inagibile, ai piedi del poggio una vecchia struttura in lamiera, posizionata in quel punto durante la crisi sismica del ’79 per assolvere alla funzione di chiesa, oggi trasformata in cucina-refettorio dalla popolazione che, nell’ampio piazzale gelato antistante, ha posizionato roulotte -privatamente recuperate- nelle quali vive da due mesi e mezzo. Sulla terrazza poco più alta, un container collettivo ospita una decina di persone e i loro animali.

Il cibo arriva dalla mensa della Protezione civile di Savelli. La vita si concentra in quest’area. La convivenza forzata ormai sente il peso delle giornate, un pizzico di individualismo stonato tra un ringraziamento e una lamentela.

Registriamo i nomi di chi ritira le buste di indumenti contro il freddo che hanno portato gli amici del Collettivo “Gotto Rosso” di Rapallo. La solidarietà che non indulge solo alla prima emozione ma che si protrae nel tempo anche quando le luci si sono spente e le telecamere sono puntate su qualcos’altro.

Riprendiamo la via innevata in direzione di Frascaro, passiamo l’incrocio segnato dall’antica chiesetta, violentemente deturpata, che tra i calcinacci espone le sue murature interne alle intemperie. La strada sembra diversa con la neve, sbagliamo inoltrandoci all’interno del paese, dove, quasi sospese, stanno in equilibrio precario le abitazioni. Arriviamo al campo, le due candide tende della Protezione Civile si mimetizzano con la neve. Scorre l’acqua dalla fontanella dove si lavano le pentole.

Entriamo nella mensa, la tenda è ben riscaldata, ci invitano a pranzo, scarichiamo il furgone per procedere dopo alla distribuzione degli indumenti.

Nel frattempo si parla, si chiede, si cerca di capire davanti ad una fumante polenta. Fortunati -ci dicono- il cuoco di questa settimana ha le mani d’oro!

Finita la distribuzione, salutiamo gli abitanti del campo che ringraziano gli amici di Rapallo e con loro entriamo in un salumificio – caseificio nella zona industriale di Norcia per acquistare la norcineria e tutti gli altri prodotti tipici della zona. Aiutare con una visione a lungo termine, far riprendere l’economia locale, questo l’intento con il quale i nostri amici hanno creato anche un gruppo di acquisto a Rapallo.

Alle quattro il sole comincia ad abbassarsi, sulle cime dei monti la neve diventa rosa, il panorama rievoca cartoline di luoghi da sogno, paesaggi da ammirare dietro ai vetri di una finestra con un bicchiere di vino o una tazza di thè caldo tra le mani, vicino ad un camino acceso.

Riprendiamo la via di casa salutando il “Gotto Rosso” e la loro sensibilità e ripensiamo a quello che abbiamo visto.

In sintesi, nonostante il freddo e -aggiungiamo- la neve copiosa caduta dopo sabato 14 (giorno della nostra visita), ancora una volta l’impressione è che alle persone, che vivono questa emergenza, non manchi tanto il vestiario (comunque gradito date le temperature che si sono già raggiunte in questo primo scorcio di inverno) o il cibo, garantito dalle mense della Protezione Civile poste nei paesi vicini, ma la quotidianità.

Manca la possibilità di organizzare la giornata ognuno con le proprie esigenze e, per quanto si possa provare ad alleviare la loro precarietà attraverso il dono di beni, non si riuscirà mai a colmare quel vuoto dato dall’assenza di “normalità”.

Il rischio, già più volte manifestatosi nella concretezza delle parole, è la perdita di misura dell’emergenza e di quanto è dato chiedere per esigenza improrogabile. Ci si sente abbandonati da una macchina organizzativa che non funziona come dovrebbe e si innesca uno strano meccanismo: l’essere costretti a vivere in una tenda o in edifici di lamiera poco riscaldati, notte e giorno o comunque per la maggior parte della giornata, ad oltre due mesi dalle ultime scosse distruttive e a cinque dalla prima, e dopo un fiume di promesse di migliore sistemazione, accende dinamiche già viste in altre parti del mondo, quelle definite povere, ci si sente, anche comprensibilmente, in credito con il resto delle persone, si fa strada il terribile ricatto dell’assistenzialismo.

La fugace immobilità del paesaggio innevato sembra riflettersi in quegli edifici pericolanti non ancora puntellati, in quegli strappi delle murature non ancora coperte da teli, in quelle tende candide non ancora sostituite da moduli abitativi, per paradosso anche in quel brulicare di organizzazioni intorno al centro principale che si muove, si muove ma non è chiaro verso quale direzione! Negli sguardi della gente, nella rabbia che monta, nella stanchezza che non rende più lucidi… nell’umana capacità di adattarsi anche alla situazione peggiore e al lento svilupparsi della legge della sopravvivenza.

I nostri interrogativi sul perché, a quasi due mesi da quando abbiamo distribuito i moduli per le richieste, solamente due comunità su sei abbiano presentato i moduli e per lo più dietro nostro sollecito, hanno avuto una risposta sabato. Nella realtà dei fatti ciò che serve non sono tanto beni materiali (vestiti, cibo, detersivi…) ma solo una migliore sistemazione che permetta di riprendere una vita regolare.

Questo ci porta a pensare quindi che, per quanto utile, l’azione delle piccole associazioni di volontariato rappresenti una “cura palliativa” ad una situazione fin troppo critica, una cura che non sempre comporta un miglioramento delle condizioni, anzi che lascia l’amaro in bocca e la sensazione che sia comunque poco incisiva. Ciò che appare chiaramente necessario è un intervento più rapido, mirato, organizzato da chi si è assunto l’onere del coordinamento di tale emergenza.

Una gestione chiara degli aiuti che arrivano, dei soldi donati nei mesi scorsi, una dimostrazione di quali effettive, concrete azioni siano state fatte a favore della popolazione, di tutta la popolazione e non solo di quella che vive nei centri principali.

Forse ciò che serve è un racconto più reale di quanto accade in quei luoghi, una voce più forte da parte degli abitanti e una solidarietà più consapevole da parte di tutti; una solidarietà che si può esprimere anche divenendo veicoli di conoscenza e pungoli affinché le cose migliorino e l’attenzione non cali. Voci forti non solo in questa fase, definita d’emergenza, in un paese che vive di emergenze, ma soprattutto quando sarà necessario parlare di prevenzione e conoscenza critica del proprio territorio.

Nota a margine: due sere fa, dopo l’ennesima nevicata, le tende di Frascaro, che ospitavano ancora 20 persone, sono state sostituite da camper, appena in tempo prima delle nuove scosse che ieri mattina hanno interessato l’area dell’aquilano e che sono state nettamente percepite anche nella zona norcina.

Appena in tempo per evitare di far accumulare sull’esasperazione dell’attuale stato, altra esasperazione.

Livia Trigona

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