L’acqua e le numerose sfumature del cambiamento


Condividiamo domande, dubbi e insicurezze e soprattutto l’approccio finale dell’articolo che riblogghiamo: “noi non possiamo dire loro cosa è giusto e cosa non lo è” possiamo solo ascoltare e metterci a disposizione.
La nostra esperienza in alcuni villaggi rurali del Camerun ci ha portato a creare un progetto “acqua” che prevede la realizzazione di un acquedotto.

Durante il nostro primo viaggio abbiamo solo ascoltato le loro esigenze, i loro discorsi, abbiamo osservato la loro vita quotidiana, i loro rituali legati all’approvvigionamento dell’acqua, ci siamo posti le stesse domande che ritroviamo in questo post, abbiamo mappato sorgenti, pozzi e percorso chilometri insieme a loro, ascoltando e osservando! Ci siamo chiesti se davvero avessero bisogno di un nostro aiuto, di un nostro intervento!

“Acqua” è la parola più pronunciata nei villaggi; al nostro passaggio le madri ci mostravano le conseguenze che produce bere acqua sporca sui loro bambini, i disagi che hanno nel lavare i panni con saponi chimici nelle stesse sorgenti stagnanti in cui poi lavano i loro corpi e bevono, ci hanno parlato dei problemi alla schiena che i secchi pesanti sulla testa producono e che spingono gli adulti a mandare i bambini a prendere l’acqua, bambini che per lo stesso motivo fra qualche anno manderanno altri bambini al posto loro.

La sensazione che abbiamo avuto è che hanno, come popolo, maturato l’esigenza di cambiare stile di vita sebbene i rituali della raccolta e del consumo dell’acqua siano parte integrante della loro giornata. La chiave di lettura per noi è stata questa: parlano della possibili soluzioni, si chiedono come risolvere il problema ma non sanno come affrontarlo perché tecnicamente e culturalmente sono sprovvisti degli strumenti e delle nozioni necessarie, vorrebbero attuare il cambiamento ma non sanno come…quindi abbiamo pensato di fornire loro, in una condivisione di saperi, le nostre competenze e conoscenze per metterli nelle condizioni di realizzare ciò che sentono l’esigenza di fare.

Loro artefici del cambiamento e noi solamente veicoli di informazioni, con l’intento di regalare a questi villaggi ciò che dovrebbero avere per diritto: l’opportunità di avere una formazione per poi decidere cosa farne.

Livia Trigona

Alberto Rossetti

Il giallo, in Uganda, è il colore dell’acqua.

L'acquaGialle, infatti, sono le taniche che le persone utilizzano per trasportare l’acqua dal pozzo o dal fiume a casa. Quando cammini per le strade dell’Uganda non puoi non accorgerti del giallo. A Kampala, la capitale, è un po’ diverso. Molte più case hanno l’acqua corrente e sono meno le persone che girano con le taniche. Ma appena fuori dalla città, lungo le strade, la gente cammina portando l’acqua nelle taniche sulla testa, sulle bici, sui boda-boda (motociclette che funzionano come dei taxi), o più semplicemente in mano. Donne, bambini, uomini…tutti sembrano trasportare l’acqua qui. Se vuoi sapere dove si trova il pozzo più vicino ti basta seguire le taniche gialle. Quando aumentano significa che l’acqua è vicina, che non manca molto, che sei quasi arrivato. Alcune persone sembrano metterci relativamente poco a recuperare l’acqua necessaria per vivere ma per altre la strada…

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