Un viaggio speciale… (prima parte)


 Nessuno conosce veramente una nazione fino a che non è stato nelle sue prigioni. Una Nazione non dovrebbe essere giudicata da come tratta i suoi cittadini migliori, ma da come tratta i suoi cittadini di più basso rango

Nelson Mandela

Sono stati e saranno versati, a ragione, ancora fiumi di inchiostro sulla figura di Mandela e sui suoi grandi insegnamenti. Noi alla fine di questa giornata, quella dei funerali, ci limiteremo solo a ricordare la sua figura attraverso una sua frase, che vogliamo rileggere alla luce della nostra esperienza in Africa, in Camerun, il paese di cui ci occupiamo in questo blog e dove si sviluppa il nostro progetto.

Un viaggio “speciale”, nelle carceri di Bafoussam e di Bamenda, che ci ha insegnato ad osservare con occhi completamente diversi il mondo, le persone, le scelte della vita e lo srotolarsi di questa nel corso degli anni. Per questa preziosa opportunità non smetteremo mai di ringraziare la fondazione Aiutare i Bambini che ci ha mandati a registrare i risultati dei progetti finanziati in queste strutture e, soprattutto, Padre Gioacchino Catanzaro. Con la sua semplicità e la sua grande apertura mentale ci ha condotto per i cortili e le anguste stanze quasi per mano, dimostrandoci -senza necessariamente parlare- che il mondo ha diverse sfaccettature e che la generosità, l’amore, la correttezza, la cortesia, l’amicizia, la curiosità e la voglia di vita possono trovarsi nei luoghi dove per eccellenza noi collochiamo la disonestà, la violenza e l’assenza di futuro. Ci ha dimostrato che tali sentimenti riescono ad attecchire nonostante l’assenza di rispetto per la dignità umana e per ogni basilare diritto civile.

Luoghi dove tutto sembra essere sottosopra…dove se non fosse per la divisa sarebbe veramente difficile distinguere la guardia dal ladro o dal delinquente, dove la guardia è guardia, non perché è più onesta e meno corruttibile del ladro, ma solo perché ha avuto l’opportunità di diventare guardia!

Bafoussam

L’aspetto esterno della costruzione non denunciava l’uso carcerario di questa struttura, un cortile sterrato con qualche tettoia per le auto ed un edificio a L, di cui una parte adibita ad infermeria, non usata dai carcerati sebbene realizzata per loro. Ciò che differenziava questo edificio da uno di quelli civili vicini era la presenza di qualche poliziotto seduto, all’ingresso, a chiacchierare sotto ad un portico.

Entrati in una piccola saletta, accolti da alcuni funzionari molto cortesi, troviamo due soldati seduti agli angoli delle porte a controllo dell’accesso, un via vai di qualche detenuto a cui era permesso spingersi fin là e di familiari che lasciavano un po’ di cibo per i loro cari. Qualche minuto per prendere accordi su dove e come utilizzare camere e macchine fotografiche e otteniamo il permesso di entrare nel primo cortile. Davanti a noi si socchiude una porta di ferro con una serratura a scorrere, il piede del soldato lasciava aperto uno spiraglio, di traverso entriamo, davanti un corridoio lungo e stretto e a destra un’altra porta, questa a grate. Stiamo per oltrepassarla, seguendo padre Gioacchino, quando all’improvviso un’infinità di voci ci assalgono ma nessun contatto fisico, un fiume di persone non ben definito nella penombra del corridoio e nel frastuono che in quel momento riempiva la mente. Nel cortile, con la luce del sole, tutto prende forma: si avvicinano molti uomini, alcuni ci scortano, altri ci consegnano foglietti scritti e fanno richieste con occhi supplichevoli; in noi sembrano identificare figure importanti a cui indirizzare appelli per pantofole, medicine, notizie, cibo e a volte qualche spiccio, ma soprattutto a cui ripetere grazie e ancora grazie.

Noi con gli occhi bassi, ci sentiamo impotenti, quasi desiderosi di chiedere scusa per essere lì, per aver invaso la loro realtà, per essere osservatori di qualcosa che forse non riusciremo mai a comprendere fino in fondo.

Tra i tanti ci viene incontro un bianco, esile, vestito con una t-shirt bianca, dei pantaloncini da calcio e ciabatte, ci regala un sorriso che mostra i suoi pochi denti e si ferma a parlare con Padre Gioacchino. Capiamo subito che si tratta di Nicola, l’italiano di cui ci ha parlato durante il tragitto in macchina. Parla con accento livornese sebbene sia di origini sarde, racconta la sua situazione in modo vago, un po’ sfuggente, dice di essere incappato in un errore ma vive il tutto come un capitolo di un libro, un episodio della vita che finirà. Non è rassegnato, né arrabbiato, non è triste, i suoi occhi grigi sembrano ancora speranzosi; a fine mese forse il giudizio, dopo più di quattro mesi di prigionia, qualcosa –comunque- se non a fine mese prima o poi avverrà!

Ci segue nel reparto dei minori, dietro di noi si chiude un’ennesima porta di ferro, un altro cortile quadrato; due stanze si aprono a sinistra: un dormitorio e una specie di biblioteca con in un angolo una macchina da cucire; nel muro di fondo del cortile due rubinetti d’acqua e una vasca, aperti orgogliosamente dai funzionari per dimostrare il buon esito del progetto della fondazione. Nell’angolo a destra le docce, vicino un coro di giovani adolescenti, con camice bianche lavate di fresco, cantano e suonano bonghi per darci il benvenuto, recitano le beatitudini e, alla fine, uno di loro prende la parola per ringraziarci di essere andati a trovarli: “non viene mai nessuno a farci visita!”, dice, rientrando subito nel gruppo con gli altri. Padre Gioacchino spiega loro chi siamo e ci invita a dire due parole: impacciati, in quel momento anche con la testa vuota (o troppo piena), improvvisiamo un piccolo discorso con frasi di incoraggiamento, forse fin troppo banali e scontate. Seguono dei momenti frenetici di spiegazioni e richieste di foto da parte di funzionari e carcerati, foto che probabilmente non vedranno mai, ma a loro non interessa, l’unica cosa che ritengono importante è quella di essere nelle foto dei due bianchi, i visitatori italiani, giunti in un giorno qualsiasi di mesi per loro sempre uguali, a sconvolgere il lento trascorrere del tempo con i suoi affanni.

Ci affacciamo nelle stanze del laboratorio di meccanica e di quello di falegnameria, fotografiamo, mentre i minori si cimentano in piccole opere con le loro mani, elencandoci le cose che mancano per rendere concrete esercitazioni altrimenti prive di senso.

La visita prosegue accompagnata dal vociare dei detenuti che ci seguono. Arriviamo davanti ad un altro cancello… al di là la cosiddetta “Africa del Sud”:

Solo un affaccio!” dice padre Gioacchino e si apre dinnanzi a noi un “pollaio”.

Un carnaio di gente addossata l’una all’altra, chi cucina, chi cuce, chi si fa la doccia, chi gioca a carte, ammassati in pochi metri quadrati, quasi uno sopra all’altro; un odore penetrante ci assale, tutti si voltano, ci guardano, ci salutano e riprendono le loro faccende come se niente fosse. Facciamo per girarci, all’improvviso ci fermano, qualcuno urla, arriva un enorme pentolone nero trasportato in modo precario da un gruppo di uomini, all’interno una sorta di polenta fumante: è il pasto, l’unico della giornata, l’unico sapore che sentono da chissà quanto tempo, a meno che hanno la fortuna di poter cucinare qualcosa da soli: ecco a cosa servivano le monete chieste! Ecco perché il cibo all’ingresso! Proseguiamo tornando al primo cortile, lo attraversiamo, ormai sappiamo di dover seguire quelle mani che indicano il saio del frate, quel saio marrone, l’unica cosa che, ad occhi bassi, noi riusciamo a vedere!

Attraversiamo di nuovo il cortile e arriviamo nel reparto dei vecchi dove l’unica richiesta è una lampadina, ma siamo in un rettangolo di quattro mura scrostate, nero, senza finestre con una parete coperta dai letti divisi in due ripiani: due lunghi scaffali con materassi in cui i soprammobili sono umani! Ancora un regalo per noi: un cestino di vimini fatto con le loro mani, incrociamo i loro sguardi, siamo noi adesso a ripetere grazie! Accanto il reparto femminile: un piccolo cortile in cui si affaccia un dormitorio, qui i letti sono a castello mancano le traverse, questa è la segnalazione che ci fanno le donne sostenute, nella denuncia, dalle guardie; ci guardano tutte, ma continuano a fare ciò in cui erano impegnate: intrecciare i capelli, cullare un bimbo di pochi mesi, cucinare…all’improvviso un piccolo, di circa due anni, si mischia a noi e ci guarda con grandi occhi, in silenzio, strusciandosi e cingendo con le braccia la gamba di una guardia, è il figlio di una detenuta. Incrociamo ancora una donna, forse con qualche problema psichiatrico, grida in francese a Padre Gioacchino: “Père m’as-tu abandonné?”,“Jamais ma fille jamais!” risponde il frate; usciamo, attraversando ancora il cortile, tra due ali di esseri umani che nonostante la disumanità di questo posto sembrano non aver perso la loro umanità; di nuovo il corridoio scuro e poi finalmente si apre, davanti a noi, la porta della libertà, ma solo per noi, oggi, in questo momento, è possibile uscire….e respiriamo per riossigenare la mente!”

(continua)

Livia Trigona

Camerun Bamenda 006

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